La riduzione dell’introito calorico

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E se fosse un bluff?

Secondo l’opinione dominante, il concetto di dieta è indissolubilmente legato alla drastica riduzione dell’apporto calorico e dei grassi, realizzata attraverso il controllo della dose e del tipo di alimenti introdotti.

L’impostazione ed il razionale scientifico delle diete ipocaloriche si basa su generico concetto quantitativo che, di fatto, non sortisce l’effetto ipotizzato ignorando che il fabbisogno energetico quotidiano non può essere stabilito rigidamente, poiché può variare. Uno stesso soggetto se un giorno necessita di tremila calorie, in quello successivo può richiederne solo millecinquecento.

Peraltro, il semplice calcolo delle calorie non tiene conto dei deficit funzionali ed organici, delle necessità temporanee del corpo, dei fisiologici processi riparativi, ne considera le proprietà terapeutiche e gli effetti sinergici degli alimenti e delle loro associazioni.

Il razionale terapeutico della dieta classica presuppone un introito calorico inferiore alle necessità fisiologiche, fidando nel fatto che la restante energia richiesta dall’organismo sia fornita dalle scorte adipose. Mancando completamente l’apporto energetico, le calorie giornaliere sarebbero ricavate dal tessuto adiposo. Presupponendo che ogni Kg di grasso corporeo sia in grado di sviluppare circa 7500 kcal, un bilancio calorico negativo di 800-1000 kcal, ogni giorno,  determinerebbe un calo ponderale di circa 1 kg a settimana (1).

È intuitivo, però, che più il regime alimentare è vissuto come sacrificio ed impone restrizioni e rinunce, tanto più scarsa sarà la compliance del paziente e l’aderenza al piano terapeutico, in taluni casi, generando una reazione di rabbia e un senso d’ingiustizia, con insuccesso della terapia.

I regimi, ipocalorici si associano, inoltre, ad un re-incremento del peso più rilevante a distanza di 1-2 anni per la riduzione del metabolismo che evidentemente subisce una radicale modificazione, quindi ci si trova a mangiare meno di prima della dieta, ma ad ingrassare con più facilità (2).

Un grosso limite delle diete dimagranti, quindi, non è tanto il mancato calo ponderale, piuttosto l’insuccesso a lungo termine, che sfortunatamente è piuttosto comune, per questo motivo crescente attenzione è stata rivolta all’uso dei farmaci ed alla chirurgia bariatrica, indicata in soggetti obesi ad alto rischio di morbilità e mortalità.

Diete ipocaloriche più drastiche, di 1000-800 Kcal/die, nel breve periodo sono in grado di determinare una riduzione del peso corporeo più marcata, seguita, però, da un blocco metabolico denunciato dal paziente come incapacità a proseguire nel dimagramento.

Il nostro organismo, infatti, è programmato filogenicamente ad affrontare periodi di carestia, cui il genere umano è sopravvissuto durante l’evoluzione, e ad una drastica riduzione dell’intake calorico risponde adeguando il metabolismo, riducendo la spesa energetica…

Va aggiunto che spesso, dopo diete ipocaloriche severe, è fisiopatologico che si scateni un appetito insaziabile come se il corpo avesse memoria del regime restrittivo cui è stato sottoposto e vivesse nella preoccupazione di non avere abbastanza cibo; il paziente torna ad essere ancor più vorace, interpretando questa reazione come conferma della sua incapacità a controllare se stesso ed il suo peso.

Il fallimento è duplice: sul calo ponderale e sulla sfera psico-emotiva per l’amara e frustrante delusione che la restrizione alimentare, ed il sacrificio ad essa connesso, sono stati vanificati e le aspettative disattese.

 

Bibliografia

Vedi pubblicazioni

(1) The practical guide: identification, evaluation, and treatment of overweight and obesità in adults. Bethesda: National Heart, Lung,  and Blood Institute and the North American Association for the Study of Obesity, 2000.

(2) Wadden TA, Foaster GD. Behavioral treatment of obesity. Med Clin North AM 2000;84(2)441-61.

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